«Un caffè a Kathmandu»

Questo è il blog omonimo
del libro denuncia uscito nel mese di maggio del 2006.
Un romanzo giallo incentrato
sulla situazione precaria dei bambini di strada nepalesi,
con... una sfumatura rosa.

Copertina Un caffè a Kathmandu Copertina Un caffè a Kathmandu Abbinato alla pubblicazione è un progetto di solidarietà:
il 50 % del prezzo di copertina di ogni libro venduto
sarà devoluto alla Onlus Apeiron con sede a Kathmandu
che opera per difendere i più elementari diritti di bambini, donne e uomini


Per acquisti dall'Italia:


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formulario per Un caffè a Kathmandu

lunedì, 02 giugno 2008
Intevista su Liberi di Scrivere

Un grazie di cuore al blog LiberiDiScrivere per l'intervista che ora mi permetto di riportare qui di seguito...


 

:: Intervista manuela mazzi  

per Liberidiscrivere

 

  1. ManuepiccoliGiornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con "Il Giornale" di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento "Azione" e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d'esordio è stato "L'angelo apprendista" (2005), quindi ha pubblicato "Un caffè a Kathmandu" (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è "Un gigolo in doppiopetto" (2007).

    Com’è nato in te l’amore per la scrittura?
    Non è l’amore per la scrittura ad essere nato in me, sono io ad essere nata con l’amore per la scrittura: fra diari, pensieri lasciati a mozzichi su foglietti, paginate di romanzi appena iniziati già da ragazzina, tanto per far ordine in storie quotidiane, fogli su fogli scribacchiati con appunti di riflessioni, che mi divertivo a trascrivere per organizzarle e trovare così una risposta a tante domande che mi ponevo da sola, ho decine di centimetri di carta scritta solo per l’amore che ho per la scrittura.
    Giornalista professionista, viaggiatrice, fotografa, scrittrice come concili i tuoi molteplici interessi?
    A dire il vero queste quattro attività sono molto legate l’una all’altra e quindi è molto facile conciliarle, anzi, sono convinta che l’una sia una condizione per far sopravvivere l’altra e viceversa. Il problema in questo caso, quindi, non sussiste, mentre è altrettanto vero che più aumenta la passione per il mio lavoro e più è difficile conciliare gli impegni con altri interessi. E in particolare mi riferisco a una passione sportiva che fino a una decina di anni fa si trovava al primo posto nella mia vita.
    Raccontami dei tuoi studi di giornalismo, come hai iniziato, quali sono stati i tuoi maestri?
    L’elenco di “studi e maestri” a un giornalista servono per fornire delle credenziali, giusto? Ebbene io non ho credenziali da vantare; sono una giornalista atipica, perché a differenza della maggior parte dei miei colleghi, e di certo a differenza di tutti i colleghi che conosco della mia generazione, sono riuscita – seppure attraverso una gavetta degna di questo nome – a guadagnarmi l’iscrizione nel registro professionale senza avere titoli di studio superiori, ma solo per determinate doti che i miei “maestri” mi hanno riconosciuto. Oggi ci sono molti laureati che finiscono a fare i giornalisti come attività di ripiego, spesso per il fatto che non riescono a trovare un’occupazione come professori; io invece ho lottato proprio per riuscire a ritagliarmi uno spazio in questo mondo che corrispondeva ai miei sogni.
    Cosa ne pensi del giornalismo spettacolo che fa dei giornalisti delle star sul modello americano di intrattenimento?
    Associo il giornalismo spettacolo da intrattenimento solo al gossip, quindi dovrei esprimere un giudizio su questa espressione giornalistica più che sulla tendenza televisiva. E a tal proposito mi sento di dire solo che non rientra nel mio genere preferito.
    Hai fatto la gavetta per diventare giornalista: ricordi un episodio bizzarro?
    Più che bizzarro ricordo un paio di episodi che da subito mi fecero capire che avevo scelto la mia strada. La prima riguarda il fatto che sin dall’inizio mi è capitato di trovarmi spesso nel posto giusto al momento giusto. Ad esempio la prima volta che misi piede in una redazione con un contratto (temporaneo ovviamente) mi sono ritrovata in mezzo a una bella emergenza: un’esondazione storica che ci costrinse per un paio di settimane a recarci in redazione con le barche, per riuscire a documentare quell’immensa ondata di notizie. Un’altra volta invece mi ritrovai, non ancora praticante, con un collega che invece praticante almeno lo era, di domenica, da soli a dover scrivere una pagina di cronaca locale e due pagine speciali per un omicidio avvenuto proprio nella nostra città. Finimmo di scrivere a mezzanotte e per la grande soddisfazione dalla nostra redazione ci recammo direttamente nella città in cui veniva stampato il giornale per poter assaporare il piacere di vedere il risultato del nostro faticoso lavoro direttamente dalle prime copie del quotidiano ancora fresco d’inchiostro. E il direttore che ci incontrò per i corridoi vedendo i “due di Locarno” prima di complimentarsi con noi ci disse: “A eccoli i due rintronati di Locarno. Guardate qui: avete scritto in un titolino Preventino invece di Preventivo…”. Ci rimanemmo malissimo, se non fosse che subito dopo stappò una bottiglia di spumante per festeggiare il bel servizio.
    Consiglieresti a giovani italiani di trasferirsi nel Ticino?
    Per farci un giretto turistico, certamente. Per cercare lavoro, oggi, no. Purtroppo dal 1995 ha preso il via un processo (legato anche alle questioni relative all’Europa Unita e quindi agli accordi bilaterali) che ha messo in ginocchio l’economia locale, in Ticino ancor di più che nel resto della Svizzera. Purtroppo molti non riescono a trovare lavoro. Tant’è che è aumentata la disoccupazione, e ancor di più sono cresciuti i casi sociali, ma soprattutto sono aumentati i disabili per problemi psichici intesi come depressioni per perdita di lavoro, fallimenti e situazioni economiche sempre più precarie. In altre parole presto, almeno nel nord d’Italia, si potrebbe assistere più probabilmente a un’inversione di tendenza: saremo noi, svizzeri, a diventare transfrontalieri e pendolari. D’altronde l’euro si è rafforzato molto e potrebbe diventare quindi interessante anche da un punto di vista salariale.
    Sarai presente alla Fiera del Libro di Torino dal 8 al 12 maggio?
    Mi piacerebbe farci un giro, quindi molto probabilmente sì. Mi sto organizzando per ritagliarmi una giornata intera per la trasferta.
    Che libro stai leggendo al momento?
    Libro? Ops, direi libri. Ecco l’elenco: “Elogio della disciplina” di Bernhard Bueb; “Lo hobbit” di John Tolkien; “Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle; “Intelligenza sociale” di Daniel Goleman; “Don Chisciotte della Mancha” di Miguel de Cervantes; “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky; un vecchio libretto di racconti di Luigi Pirandello, di cui in questo momento non ricordo il titolo, “El principe de la niebla” di Carlos Ruiz Zafon in spagnolo e... mi sembrano tutti, forse.
    Quali sono i tuoi scrittori preferiti?
    Non ho uno scrittore preferito. Mi piace variare, anche se delle predilezioni le ho: mi piacciono i classici, ma anche le storielle happy-end, amo i gialli, ma non sopporto quelli ad alta tensione (troppo sensibile, ahimé), non amo molto le biografie, mentre adoro i saggi a sfondo psicologico o filosofico. Non ho mai letto un vero fantasy (Lo Hobbit è il primo), ma adoro i libri d’avventura.
    Cosa pensi del filone New Age?
    In realtà non lo amo molto (anche se mi sono piaciuti ad esempio libri come “La profezia di Celestino” & Co). Ed è un fatto strano se si pensa che il mio primo libro (L’angelo apprendista) è stato etichettato proprio come “spirituale” e “new age”. Detto tra noi forse non è stato capito interamente. Ma non importa: una volta scritto e pubblicato, un libro diventa di proprietà dei lettori, quindi...
    ApeironlogoParlami dell’associazione Apeiron.
    È un’associazione non governativa che ho avuto modo di conoscere attraverso il suo fondatore, Sauro Somigli, maestro di karate che ho seguito anche in un’esperienza diretta come attivista in Nepal. È grazie a lui, e ad Apeiron, che ho avuto lo spunto di scrivere “Un caffè a Kathmandu”, di cui il 50% degli incassi dalle vendite viene devoluto proprio a favore dei progetti di Apeiron, che si occupa anche del recupero dei bambini di strada.
    Sei stata in Nepal, che divario c’è tra il Nepal turistico e quello di tutti i giorni con la realtà dei bambini di strada?
    Enorme. A volte mi sorprende chiacchierare con chi il Nepal l’ha conosciuto turisticamente. Anche perché in genere chi si reca a Kathmandu lo fa solo per pochi giorni, il tempo di organizzare la spedizione verso le vette: il Nepal qui, in Europa, infatti, è sinonimo di patria delle nevi eterne, aria pulita e acqua cristallina, che poco hanno da spartire con la povertà dei bambini di strada, l’inquinamento della città, la sporcizia e i pidocchi...
    Fai ricerche sul campo? Come ti documenti per i tuoi libri?
    Anzitutto dipende dal libro. Per il primo non ho dovuto fare nessuna ricerca. Per “Un caffè a Kathmandu” invece, come detto, ho avuto modo di toccare con mano quella realtà che ho poi descritto, sebbene nomi e termini locali sono stati attentamente ripresi da una carta geografica. Per “Un gigolo in doppiopetto”, invece, mi sono basata su un servizio giornalistico e quindi mi sono “documentata” attraverso interviste e dati statistici reali per descrivere il fenomeno: d’altronde prima di essere romanzo è un reportage narrativo. Ma se potessi avere a disposizione settimane di trenta giorni dedicherei molto più tempo per documentarmi: sono certa che il successo di alcuni scrittori si celi proprio dietro la possibilità di dedicare molti mesi a documentarsi prima di iniziare a scrivere... Un sogno che per ora non mi è possibile realizzare.
    Hai lavorato come fotografa per la rivista "Il nostro paese" della Società ticinese per l’arte e la natura, com’è una redazione giornalistica dal suo interno?
    Lavoro tuttora per questa rivista, ma solo come freelance, mentre l’esperienza in redazione l’ho maturata dalla gavetta fino ad oggi, che lavoro con contratto per il settimanale Azione: mi reco in redazione tre giorni alla settimana. Che dire? È decisamente più divertente fare la reporter in giro per il mondo. Tuttavia mi piace vivere questa professione a 360 gradi.
    schizzosenzacaffettieraHai partecipato al progetto “Un libro in aiuto” collana a scopo benefico della casa editrice romana Progetto Cultura 2003, che devolve parte dei proventi in beneficenza. Credi molto nell’editoria solidale?
    Sì, ci credo molto. Credo che sia un buon mezzo per raccogliere fondi e credo che sia fondamentale per divulgare il messaggio per cui è importante contribuire attivamente a certi progetti. In altre parole credo che sia l’unico vero modo per ottenere una triplice azione: recupero di fondi, sensibilizzazione al problema, e la durata nel tempo di questi intenti.
    Nel 2003, in un articolo comparso sul quotidiano "Il Giornale", un giovane ex gigolo ticinese raccontò delle sue esperienze, ne hai fatto un libro di denuncia, come è stato scrivere un libro in cui i personaggi non erano di fantasia ma reali?
    In questo caso specifico è stata un’operazione delicata perché non potevo discostarmi troppo dalla realtà, ma allo stesso tempo dovevo rendere i personaggi irriconoscibili per proteggere la loro identità che è rimasta anonima. Di proposito quindi ho evitato di caratterizzare troppo tutti i protagonisti del reportage, concentrandomi maggiormente sul personaggio principale.
    Hai un atteggiamento critico nella questione delle adozioni a distanza, perché?
    Per due motivi sostanziali. Il primo riguarda il comportamento di alcune organizzazioni. Ho potuto appurare il danno che può venir fatto a un bambino di strada quando l’adozione a distanza cessa per motivi diversi. Se un bambino di strada vive e cresce per strada, conoscendone le regole, potrebbe rischiare di cavarsela. Ma se viene a un certo punto tolto dalla strada e dato in adozione a distanza, imparerà a vestirsi, a lavarsi e “persino” a mangiare tre volte al giorno. A volte però capita che il “padre adottivo” cessi di inviare il contributo di adozione perché non ce la fa più, o per altri motivi. Ebbene, in certe organizzazioni, questi bambini vengono rimessi in strada... Il secondo motivo è il fatto che l’adozione a distanza è diventata così di moda che ormai la pubblicizzano anche in televisione come se i bambini fossero merce in vendita.
    Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers sei mai stata tentata di scrivere per autori famosi?
    In Ticino quando si parla di ghost writers si intende definire chi scrive al posto di personalità politiche. Ebbene, ammetto di essere stata per un periodo anche una ghost writer, ma solo per il fatto che in fondo potevo comunque dire quel che pensavo: diciamo che ero in linea con le idee della persona che “aiutavo”. Non avrei mai accettato di esprimere idee che non rientrassero nei miei principi. Tuttavia trovo parecchio vergognoso (non per il ghost writers, che perde solo l’occasione di autodeterminarsi) che uno scrittore spacci per suo anche solo una frase non originata dalla sua mente.
    Kathmandu1Quali sono i tuoi maestri letterari?
    Non mi ispiro a nessuno in particolare, o meglio: c’è da imparare da tutti.
    In Svizzera la conoscenza delle lingue è d’obbligo quante lingue conosci?
    Purtroppo non quelle che servirebbero in Svizzera. Da noi sarebbe utile sapere bene il francese e il tedesco, mentre io me la cavo con lo spagnolo e l’inglese. Certo, il francese lo capisco: ma scriverlo è tutt’altra cosa.
    Che consigli daresti a un giovane autore non ancora pubblicato? Di insistere, comunque e in ogni caso. Anche se ovviamente bisogna cercare di capire il motivo per cui non è stato pubblicato. Se è certo e convinto di aver fatto un buon lavoro, se ha fatto leggere la bozza almeno a quattro o cinque persone e il giudizio è risultato positivo, se ci crede davvero... allora devo assolutamente continuare la ricerca: avete idea di quanti editori ci sono?
    Ti urta essere definita scrittrice emergente dopo tanti anni di lavoro per la carta stampata?
    Sono poi solo una decina di anni che faccio la giornalista. Comunque no, non mi urta. O meglio diciamo che mi urtano tutte le definizioni che generalizzano, però questa non mi infastidisce più di tante altre.
    Tra i tuoi libri qual è stato più difficile scrivere?
    Sicuramente “Un gigolo in doppiopetto”, però è anche quello che finora mi ha dato più soddisfazione a prodotto finito.
    Hai un agente letterario? No, mai avuto.
    Stai lavorando a qualche nuovo libro?
    Sì. Ho finito qualche mese fa di scrivere un’avventura per ragazzi che al momento è... in cerca di editore. Finora è stato il libro che mi è piaciuto di più scrivere.
    Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Sì, ho tre o quattro amicizie nell’ambiente... è bello condividere una passione comune.
    Ti piacerebbe fare un photoreportage in Cina?
    Assolutamente sì, e prima che cambi troppo volto, anche se credo di essere già in ritardo...
    L’editore rifiuta di pubblicare un tuo libro e tu crei la tua casa editrice, come è il mondo dell’editoria visto da chi la fa ?
    Beh, non è proprio così. “Un gigolo in doppiopetto” non solo non è stato rifiutato, ma era addirittura riuscito a ottenere un contratto di pubblicazione molto interessante e vantaggioso... Solo che da buona svizzerotta certi comportamenti poco chiari, slittamenti di date e promesse non del tutto mantenute, mi hanno disturbato molto portandomi infine a rompere il contratto. Ormai però avevo già avvisato la stampa dell’imminente uscita del libro. Così in un mese ho fondato la mia casa editrice, mi sono fatta aiutare da un paio di amici per l’editing e sono andata in stampa... In fondo, dopo la pubblicazione, quel che ho fatto per il “Gigolo”, non è tanto diverso da quel che ho fatto per i primi due... Fin quando si rimane nella piccola editoria l’autore deve giocoforza impegnarsi molto per farsi conoscere.
    I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?
    Purtroppo no: vorrei tanto tradurre “Un gigolo in doppiopetto” in tedesco, perché credo che potrebbe ritagliarsi un buon mercato in Svizzera interna... ma una traduzione costa troppo.
    Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?
    Non tutti i libri, ma, sì, penso che alcuni libri possano farlo.
    Sito personale dell'autrice: http://photo-mama.splinder.com/

 

Postato da: mmazzi a 07:11 | link | commenti |
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sabato, 13 ottobre 2007
Manuela nel mondo di Generazione al Femminile

Un grazie grande così a DonnaB, collega che gestisce il blog Generazioni al Femminile che ha pubblicato una mia intervista...

Mi permetto di riportare l'intervista siccome è già uscita
più di 10 giorni or sono

Intervistiamo...
Vi presentiamo qui di seguito l'intervista a Manuela Mazzi, una scrittrice importante e di talento che ha pubblicato più volte con la casa editrice Progetto Cultura. Parleremo del suo essere donna e del suo essere scrittrice, dei suoi successi, delle sue idee e del suo rapporto con la casa editrice...
Insomma... aspettiamo le vostre opinioni, amiche di blog! E intanto, buona lettura…

Definisciti in quanto scrittrice.

Forse è più facile dire che cosa non sono, piuttosto che attribuirmi una definizione: non sono una giallista, non sono un’intellettuale, non sono rinchiusa in un genere unico, e quando scrivo non lo faccio per puro esercizio stilistico, ma per comunicare attraverso una forma che non sia il giornalismo, e che mi dia più spazio per raccontare ciò che voglio. Ecco sono una scrittrice affetta da deformazione professionale, una giornalista a cui piace narrare.

Che rapporto c'è tra te e la casa editrice Edizioni Progetto Cultura 2003?

La Edizioni Progetto Cultura 2003 è stata la casa editrice che mi ha aiutata a esordire pubblicandomi il lungo racconto "L’angelo apprendista". Quindi nutro stima e riconoscenza. Tant’è che anche il mio secondo libro, "Un caffè a Kathmandu" è uscito con loro nella collana "Un libro in aiuto"; una forma di pubblicazione e collaborazione con le onlus che ritengo molto bella e utile da un punto di vista sociale: un’idea azzeccata.

Ti senti più una donna che scrive o una scrittrice al femminile?

Una donna che scrive al femminile. E me ne sono resa conto proprio con l’ultimo lavoro. Nel reportage narrativo "Un gigolo in doppiopetto", infatti, scrivo con la forma dell’Io narrante, che nella fattispecie è però un uomo: ovvero il gigolo protagonista che si racconta nel libro. Ebbene devi sapere che non è proprio sempre facile - attingendo comunque le emozioni dal proprio vissuto per meglio descriverle - parlare e scrivere al maschile, essendo io una scrittrice donna… Ma di positivo, c’è che per la prima volta non confondono il protagonista con la mia persona. Come invece è accaduto con i primi due, in cui la protagonista era appunto una donna…

Cosa si prova a vedere la propria ultima fatica, "Un gigolò in doppiopetto", tra i libri più venduti nella Svizzera Italiana?

È davvero una grande soddisfazione. Un’emozione inebriante. Ma non tanto per la statistica o le vendite… ma per il fatto che viene riconosciuto un qualche merito al libro, foss’anche solo l’interesse che suscita il tema trattato.

Ci racconti com'è stata la gravidanza del tuo primissimo libro, "L'angelo apprendista"? Com'è stato darlo alla luce, e poi alle stampe?

È nato tutto da un sogno, che ha poi determinato l’inizio, il prologo del racconto. E di sogni è composto anche tutto il seguito. Certo, c’ho messo un po’ a trovare il filo conduttore che poteva unire storie e ambienti molto diversi tra loro, ma alla fine sono stata soddisfatta dell’insieme. La ricerca dell’editore è invece stata molto, ma molto più difficile e lunga… ogni volta devo mettere in conto almeno un anno di attesa e risposte negative. Prima dell’offerta di Progetto Cultura, avevo già ricevuto alcune proposte di pubblicazione, ma erano tutte fuori completamente di testa (e oggi, con il senno di poi, posso affermarlo senza problemi).

Fortunatamente, infine, sono incappata nella casa editrice romana, che mi ha accolta con entusiasmo, e di ciò li ringrazio. Il resto è stato un lavoro in simbiosi: io e loro, senza tensioni, con tranquillità, nessuna costrizione, discutendo semmai qualche dettaglio, passo dopo passo, nei termini prestabiliti, alla fine è venuto alla luce… un bel parto.

Se dovessi esprimere un'opinione sulla casa editrice, cosa diresti? E, dalla tua esperienza, a chi consiglieresti di rivolgersi alle Edizioni Progetto Cultura 2003?

La Edizioni Progetto Cultura 2003 è una casa editrice seria e allo stesso tempo molto elastica nel rapporto con i propri autori, ma piccola, e ciò la penalizza sul mercato nazionale: insomma sono bravi e capaci, ma non hanno ancora una grande forza editoriale. E non per demeriti, ma perché questo è il mercato del libro di oggi… Ma è proprio questo che li rende "speciali": nonostante le difficoltà non approfittano degli sprovveduti esordienti, bensì li aiutano a inserirsi nel mondo editoriale.

Insomma Progetto cultura ha un profilo basso e tranquillo. Ma rispetto ad altri editori con cui ho avuto a che fare loro sono, finora, di certo i più corretti, attenti e disponibili.

Per questo li proporrei… anzi li propongo agli esordienti che prendono contatto con me via blog chiedendomi consigli.

Un libro, per te, è un mezzo per viaggiare o un viaggio esso stesso?

Devo davvero scegliere? Per me sono entrambi… In quanto autrice, lo scrivere un libro è una buona giustificazione per farmi un viaggio (ad esempio i prossimi saranno Messico e Brasile, per due libri che ho in testa). Mentre da lettrice, mi lascio sempre condurre verso il viaggio contenuto nel libro. Quindi… Che sia fisico o mentale… l’importante è viaggiare!

Che ne pensi dell'idea della nuova collana, "Generazioni al femminile"?

Credo che sia un’ottima trovata. Sempre più donne si dilettano nello scrivere, e a volte ci riescono pure bene ( ? ) . È uno spazio che sicuramente troverà un buon seguito. E quindi incrocio le dita per questa nuova avventura…

Ora, rispetto al 2005 quando hai scritto "Un caffè a Kathmandu", ti senti cresciuta in quanto scrittrice?

In parte sì, anche se ci sono ancora molte cose che vorrei migliorare (per fortuna), ma credo però di aver fatto dei grandi passi avanti: sia nella stesura sia nell’esperienza post-pubblicazione… Lo dico perché a volte ripensando all’ultimo lavoro non vorrei modificare quasi nulla, mentre se penso a "Un caffè a Kathmandu"… wow… cambierei tantissimo. Ecco il motivo per cui mi sento di dire che comunque qualcosa è cambiato dentro la "scrittrice" che c’è in me.

Postato da: mmazzi a 14:42 | link | commenti |
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martedì, 12 giugno 2007
Aggiornato anche il sito sul mio terzo libro

Clicca sull'immagine per vedere la video-intervista a Manuela Mazziclicca sull'immagine per andare al blog de Un gigolo in doppiopettoNel frattempo ho aggiornato anche il sito

del mio terzo libro

Un gigolo in doppiopetto

con il video girato da TicinoTV

Postato da: mmazzi a 14:04 | link | commenti (4) |
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sabato, 17 febbraio 2007
Intervista su Bazar Magazine

Ringrazio Simona Sacco per lo splendido lavoro sfociato in un'intervista pubblicata su Bazar Magazine.

ECCO L'ARTICOLO

Un caffè a Kathmandu

di Simona Sacco

Intervista alla scrittrice ticinese
Manuela Mazzi

Manuela Mazzi è nata a Locarno nel 1971. Scrittrice, giornalista e fotoreporter. Oltre ad aver scritto per più testate della stampa ticinese, ha collaborato con il Giornale di Milano come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Il suo libro d'esordio è un lungo racconto newage-fantasy: L"angelo apprendista. Attualmente lavora in qualità di redattrice per il settimanale di approfondimento Azione e sta per pubblicare il suo terzo romanzo intitolato Un gigolo in doppiopetto. Dopo la sua esperienza in Nepal ha scritto Un Caffè a Kathmandu, un romanzo che denuncia la situazione drammatica vissuta dai bambini di strada. 

Nel 1998 hai deciso di partire per il Nepal, attratta dall'esperienza che stava vivendo Sauro Somigli, maestro di karate e fondatore dell'associazione di Apeiron. Cosa ha significato per te quest'esperienza? 

Quando decisi di partire per il Nepal con Sauro e un paio di altri colleghi della palestra di Firenze, non sapevo davvero che cosa aspettarmi: fu un po’ come un salto nel buio. Di fatto, erano gli esordi - o quasi – di Apeiron (nata nel 1997). Per intenderci non c’era ancora una vera e propria sede fisica a Kathmandu, come invece c’è oggi, con tanto di progetti più mirati e già attivi. I miei stessi compagni non potevano fornirmi indicazioni dettagliate su quanto avremmo trovato. Questo mi ha permesso di partire e soggiornare senza alcun pregiudizio di sorta: mi sono così ritrovata catapultata in una realtà completamente diversa. Laddove non ero una turista, ma non ero neppure una vera e propria volontaria, ero una spettatrice attiva, che si è trovata a dialogare senza parole con bambini di un mondo sconosciuto interagendo attraverso il karate portato come disciplina-gioco. Un’esperienza decisamente incredibile. Certo, l’anno prima era già stato attivato un progetto di recupero proprio nell’ambito dello sport come momento ricreativo e sociale, ma al nostro arrivo ci si era ben presto resi conto che non era andato tutto come si pensava: il fatto che sia importante assegnare alcune responsabilità agli stessi nepalesi non significa che non ci voglia una supervisione costante; tant’è che Sauro da allora vive a Kathmandu.
Ma tornando alla mia esperienza – che è poi stata la base ispiratrice del romanzo – credo di poter dire che mi ha lasciato un senso di colpa nei confronti di questi piccoli, che solo attraverso Un caffè a Kathmandu, anche se a distanza di anni, mi sembra di sciogliere, quasi come se mi stessi sdebitando. Sembra assurdo: ma pur non avendo nulla da darmi, questi piccoli mi hanno invasa con una valanga di riconoscenza che non meritavo, perché non avevo fatto ancora nulla per loro.
In poche parole, e poi concludo altrimenti ci riscrivo un altro libro: immagina di trovarti in mezzo a un campo a guardare in faccia a dei piccoli che brancolano distrattamente da quelle parti, per poi venir attorniato in modo curioso dagli stessi che ti seguono. Quindi inizi a fare alcune tecniche di karate, che loro riconoscono, e prendono così a copiarti… e via di seguito: con gesta e segni riesci a fare una bella lezione… che si conclude con una sorta di invito tacito a seguirti fino ad arrivare con questi bambini o alcuni di loro in un centro dove gratuitamente li sfamano… poi di nuovo liberi. E via così fino a conquistarti la loro fiducia che ti viene offerta tanto velocemente che neppure te ne accorgi e tu… rimani con una voglia infinita di fare qualcosa per farli stare meglio, ma non ci riesci…Insomma, invece di aver significato qualcosa, questa esperienza mi ha lasciato molto più di quanto avrei potuto immaginare…

 
In Nepal nonostante le proibizioni legislative del 1963, vige ancora un sistema castale: appartenere alle caste più basse significa essere privati di giustizia sociale e dignità umana. Nel tuo libro denunci anche questo tipo di discriminazione. Hai avuto modo di conoscere persone appartenenti a queste sfere sociali? Qual è il trattamento riservato agli intoccabili dalla gente del luogo e dai turisti?

…i turisti? E da quando in qua un turista perde tempo a guardare il lato oscuro di un paese di villeggiatura? Per il turista "Nepal” significa punto di partenza per la dimora delle Nevi eterne. E, d’altronde, credo che si possa anche capire. È una questione di punti di vista: un po’ sulla scia di quanto dice quella famosa citazione: “un nuovo viaggio non è partire per una nuova meta, bensì è partire con nuovi occhi”. Chiusa la parentesi riguardante il visitatore occidentale, mi permetto di trascrivere un passaggio dal romanzo così da riassumere in breve che cosa significa appartenere a una casta inferiore in questi paesi:

«Attraversiamo il fiume Vishnumati. Dal ponticello osserviamo una baraccopoli le cui basi poggiano su un terreno fangoso proprio sulle rive di questo flusso d’acqua di color marrone: un ammasso di lamiere e legname che fanno da riparo alle famiglie appartenenti alle caste inferiori. Tra queste ci sono i dalits, ovvero gli intoccabili, gli impuri, coloro che la sorte, o la loro legge divina, ha fatto reincarnare in una posizione sociale non degna del rispetto altrui. Essi, ad esempio, non possono entrare in un tempio, recarsi a prendere acqua nei pozzi, toccare il cibo di altre persone o vendere i propri prodotti. E pensare che sono ben il 21 %  della popolazione! In tutta l’India: 240 milioni tra bambini adulti e anziani.» 

Personalmente non so se tra i tanti bambini che ho incontrato vi era qualche intoccabile, per due motivi: 1° non è facile dialogare a parole con loro, e comunque spesso raccontano bugie per apparire migliori…; 2° non mi interessava: io non faccio distinzione. Tuttavia so che tra i progetti di Apeiron rientrava anche il recupero degli intoccabili in quanto – e di ciò mi sono sempre rammaricata – le grandi associazioni, come ad esempio l’Unicef , hanno (almeno a suo tempo così ci dissero le autorità competenti) stabilito per mezzo delle diverse statistiche che non vale la pena investire energie per il loro recupero, dal momento in cui la percentuale dei bambini che si salvano è sempre troppo bassa…

 
I ribelli maoisti lottano per l'abolizione della monarchia e della discriminazione castale, che cosa ne pensi della loro attività  rivoluzionaria?

Nel ’98 erano già attivi ma in modo molto più pacato. La guerriglia si è inasprita solo dopo l’uccisione del monarca allora in carica e di tutta la sua famiglia, dramma che ha permesso a uno dei peggiori elementi della discendenza reale (e stranamente l’unico erede rimasto in vita) di salire al trono. Di certo non si respira un’aria serena (anche se da qualche mese c’è un po’ di tregua). Tuttavia credo che la verità sia sempre nella via di mezzo: ovvero non ci sono giusti o sbagliati. Se da una parte vi è un dittatore che commette gravi errori, dall’altra vi è una fazione che, nel nome della giustizia, si permette di arrivare persino a rapire bambini per far loro abbracciare i fucili da puntare contro lo Stato… È ovvio che sarebbe bello trovare una soluzione perfetta, ma non potrei di certo essere io a suggerirla, neppure quale ipotesi… conosco il problema solo per sentito dire, come la maggior parte dell’Occidente. Tant’è che, di proposito, non ho voluto trattare questo tema, neppure nel romanzo. Tuttavia pare che con i recenti accordi di pace le cose stiano migliorando, anche se ciò è costato comunque la vita a 12'500 persone. 

Nel tuo libro sostieni che il Nepal, come il resto del Terzo Mondo, non ha bisogno principalmente di soldi, ma piuttosto di una guida che indirizzi la popolazione verso l'indipendenza. In che modo la onlus Apeiron, alla quale hai destinato il 50% del prezzo di copertina del tuo romanzo, sta aiutando questa gente a raggiungere una propria automia?

Apeiron agisce su più fronti. Ma uno in particolare la vede impegnata - dall’inizio dell’anno scorso e grazie all’esperienza acquisita sul campo - nella creazione di un marchio etico con il quale intende sostenere lo sforzo di realtà imprenditoriali nepalesi socialmente impegnate nella creazione di imprese, lavoro, riscatto sociale, valorizzazione delle risorse umane ed economiche del Nepal. In concreto, ad esempio, hanno dato già vita a una cooperativa per la produzione di sciarpe dahka con personale esclusivamente nepalese, e una figura esterna per il controllo della qualità e per la commercializzazione del prodotto in Italia. I contenuti sociali del progetto: monitoraggio costante delle condizioni di lavoro, salari adeguati, condizioni igienico-sanitarie adeguate, sicurezza sul lavoro, divieto di impiego di bambini. Per non parlare del fatto che nella sede della cooperativa, oltre a uffici e laboratorio, è stato creato un 'kinder heim', un'ala separata destinata ad ospitare i figli delle dipendenti, ai quali viene assicurata la presenza di operatori e la somministrazione dei pasti.
Dall’altra parte ha pure sostenuto l'allestimento e il funzionamento di una clinica sanitaria a Kirtipur, che si trova a circa Km 7 a sud di Kathmandu, dotata di uno staff sanitario comprensivo di 6 persone: 3 dottori, un pediatra e due fisiatri più 2 assistenti sanitari, un'infermiera, una farmacista. Tuttavia stanno operando anche affinché vengano fatti “a tappeto” dei training e incontri su: pianificazione familiare, immunizzazione, trasmissione di AIDS, di igiene intima e di educazione sessuale. Nel futuro pensavano persino alla possibilità di organizzare degli Health camps nei villaggi. A questo proposito stanno infatti cercando medici italiani e personale sanitario, con cui potersi scambiare esperienze e insieme organizzare questi campi. Questi sono solo alcuni degli esempi, ma diversi altri progetti sono in corso.
Insomma stanno cercando di fornire ai nepalesi gli strumenti per migliorare la loro sopravvivenza. 

Ti sei ispirata a persone realmente conosciute per creare i personaggi di Carlos e Franck?

In parte sì. Ma preferirei evitare di svelare le loro vere identità. Tuttavia non mi sono ispirata a persone esistenti solo nel caso di Carlos e Franck... In ogni caso è bene che sottolinei, che l’ispirazione si limita spesso all’aspetto e a qualche dettaglio curioso, o caratteriale, ma di certo i prototipi di Carlos e Franck non erano giornalisti o altro... 

Michela Levante, la protagonista del romanzo, non si separa mai da I promessi sposi del Manzoni: parte dalla Svizzera accompagnata dal vecchio libro di sua nonna e ne rilegge alcuni passi durante il suo soggiorno in Nepal. Questo romanzo ha per te una valenza particolare?

In un certo senso sì: questo libro mi ha dato il coraggio di mettermi a scrivere libri (di cui il primo realizzato è proprio Un caffè a Kathmandu, anche se è stato pubblicato prima L’angelo apprendista). Strano, a dire il vero. Di solito, infatti, quando si ha di fronte una simile opera, da certi punti di vista impareggiabile, viene messa in fuga qualsiasi velleità, per l’enorme abisso che risalta tra il proprio goffo lavoro e il capolavoro… e invece questo meraviglioso romanzo mi ha fatto capire che un libro non deve necessariamente essere amato e apprezzato da tutti. I promessi sposi, infatti, è odiato dalla maggior parte delle persone, solo per il fatto di essere stato oggetto di studi noiosi. Io non l’avevo mai letto fino a tre o quattro anni or sono: così, pagina dopo pagina, mi sono emozionata, mi sono lasciata catturare dal suono delle parole, mi sono fatta trasportare dalle vicende senza pensare ad alcun retroscena, senza analizzare null’altro che i turbamenti emotivi dei personaggi… E ti dirò che è davvero grandioso nella sua semplicità. Se tanta gente trova noiosa a tal punto da odiare una storia simile, “contro” i miei libri si potrà giustamente permettere di dire qualsiasi cosa… non sarà che la verità. A me basterà arrivare anche a pochi lettori, che però riescano a leggere ciò che ho desiderato raccontare…
La citazione di questo capolavoro nel mio misero libruncolo è stato quindi un omaggio di gratitudine.

A marzo uscirà  il tuo terzo libro, di che cosa si tratta?

Sarà  la ripresa con approfondimento di un articolo che scrissi a suo tempo per Il Giornale, in una rivisitazione narrata: quindi l’articolo che si trasforma in romanzo. Il reportage riguarda uno spaccato della vita di un giovane ticinese che, senza quasi rendersene conto, si è ritrovato incastrato in un giro di prostituzione d’alto bordo: dove è diventato lui l’oggetto in vendita. Da avvocato a gigolo per donne attempate della società  bene lombarda. Un mix di gran signore rivestite da paiette e carte di credito colme e straboccanti, che si trovano a fare la bella vita tra incontri di sesso e acquisti esosi, ma dove appena sotto il luccichio affiorano noia, paure e pericoli. 

 

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mercoledì, 24 gennaio 2007
Ecco il link all'intervista...

Per chi vorrà ascoltare l'intervista fatta alla sotttoscritta
da Paolo della Sala di Radio Alzozero
ecco il link

Greenwich del 2301

 Play


basta cliccare su Play: l'intervista inizia
a partire dal 15 minuto.
Buon ascolto e... siate clementi!!!

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martedì, 23 gennaio 2007
Oggi: intervista su Radio Alzozero

Ringrazio Paolo della Sala per l'intervista che mi ha fatto e Radio Alzozero (Greenwich), che la manderà in onda

OGGI, alle 16.05

http://www.radioalzozero.net/


cliccando sull'icona si può ascoltare la radio...

Appuntamento segnalato anche dalla Pulce di Voltaire:

Greenwich su Radio Alzozero alle 16 di oggi
Pubblicato da Paolo di Lautrèamont alle 15:57 in media

Tra pochi minuti va in onda il consueto appuntamento
con radio Alzozero e la
trasmissione Greenwich.
Oggi, oltre alle notizie, due lunghe conversazioni
con Perla Scandinava e Manuela Mazzi,
su Norvegia, Nepal e Svizzera.

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sabato, 23 dicembre 2006
Articolo sul Corriere del Ticino

Corriere del Ticino

Ringrazio il Corriere del Ticino per l'articolo apparso il 13 dicembre 2006.

Un nuovo libro della locarnese Manuela Mazzi

Terza ristampa per «Un caffè a Kathmandu», secondo romanzo della locarnese Manuela Mazzi, mentre all’orizzonte spunta un nuovo progetto editoriale. Il libro alla terza ristampa devolve il 50 % del prezzo di copertina all’associazione di beneficenza Apeiron. È in vendita, nel Locarnese, alla libreria Kon-Tiki, alla libreria Locarnese e al punto vendita del Jolly Car; nel Bellinzonese alla libreria Diffusione del Sapere; nel Luganese alla libreria Dietro l’Angolo e alla libreria Il Segnalibro; nel Mendrisiotto, alla Cartolibro AZ 8altre informazioni: www.uncaffeakathmandu.splinder.com). Il nuovo libro in preparazione è un reportage narrativo sviluppato attorno a una storia vera, già al centro di un articolo firmato dall’autrice su «Il Giornale». Racconterà l’esperienza di un gigolo locale, rimasto incastrato nella rete della prostituzione ticinese. Sarà in uscita nel marzo 2007.

Postato da: mmazzi a 15:26 | link | commenti (4) |
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Grazie a Solidarietà

Navigando in Internet, ogni tanto, mi capita di scoprire con sorpresa alcune segnalazioni di Un caffè a Kathmandu. In questo caso mi sono accorta che il periodico Solidarietà a giugno mi aveva dedicato un articoletto: Grazie mille!

Solidarietà

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domenica, 10 dicembre 2006
Intervista su Domist.net

E VOI? CHE COSA SOGNAVATE DI FARE?
E... CI SIETE RIUSCITI?
 

Desidero ringraziare Elisabetta Bilei per l'intervista che mi ha voluto dedicare e di cui riporterò una domanda/risposta per volta così da non creare un post troppo lungo, anche se l'intera versione è consultabile cliccando sul link di Domist, dove è stata pubblicata; grazie quindi anche a Marco Milani.

Una ricamatrice tra immagini e parole

1a parte

Ho sempre pensato che per fare la ricamatrice ci debba essere quasi una vocazione.
Unimmagine da creare, con dedizione e volontà. E con lo stesso amore con cui una madre cura e cresce il proprio piccolo. Poi, finalmente, l’opera d’arte. E il successo.
E questo vale ancor di più quando al posto di ago e filo ci sono carta e penna, e magari anche una macchina fotografica, come nel caso di Manuela Mazzi.

Da piccola che cosa sognavi di diventare Manuela? Credi di esserci riuscita?

Ho desiderato per tantissimi anni di diventare una veterinaria: amavo e amo gli animali, tutti. Solo che a un certo punto mi crollarono le certezze che avevo in merito: accadde che scoprii un’incombenza del veterinario che da piccola non consideravo possibile, quando un medico si trovò a dover addormentare il mio adorato gatto cosparso di tumori… Non avrei mai potuto uccidere un animale! Così mi ritrovai alla fine delle scuole medie senza più sapere che cosa volevo fare.

Soltanto parecchi anni dopo (avevo già 28 anni) mi misi seriamente ad analizzare ciò che avrei voluto fare davvero “da grande”… Nel giro di poco tempo, ma dopo approfonditissime riflessioni, giunsi alla conclusione che il mio sogno sarebbe stato quello di diventare una fotoreporter. Così iniziai a fare la gavetta per diventare giornalista… A settembre inizia il settimo anno in cui mi trovo immersa in questo ambiente che – da un certo punto di vista – adoro. Nel frattempo sono diventata giornalista professionista, e ho iniziato anche a fare fotoreportage per una rivista che si occupa di architettura, arte e natura. Ma la strada “potrebbe” essere ancora lunga… Non mi sento, in effetti, del tutto realizzata (ma forse non lo sarò mai: mi piace puntare sempre a un gradino più in alto). È certo però che il mio attuale lavoro si avvicina molto alla realizzazione del mio sogno. Al quale – sottolineo – si è aggiunto anche quello di scrivere libri: riuscissi a diventare scrittrice professionista e fotoreporter occasionale, laddove i viaggi e le ricerche potrebbero anche tornarmi utili per le trame e le ambientazioni delle mie storie, sarebbe perfetto!


 

Un gigolo in doppiopetto

L'angelo apprendista

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domenica, 03 dicembre 2006
Segnalazione sul periodico ticinese

Ringrazio il periodico della Svizzera di lingua italiana
"Sì"
per la segnalazione del libro

 



 

Un gigolo in doppiopetto

L'angelo apprendista

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lunedì, 30 ottobre 2006
Intervista su Rete due

Sono felice di trovarmi a ringraziare Andrea Fazioli, giornalista del Giornale del Popolo, e collaboratore con la Rete2 della Radio della Svizzera di lingua Italiana, che ieri in serata mi ha intervistata promovendo il libro “Un caffè a Kathmandu”. Ma i miei ringraziamenti vanno ben oltre il “favore collaterale pubblicitario”. Devo ringraziare Andrea, infatti, più che altro per avermi salvata in parecchi momenti dove le parole non volevano uscire a causa dell’agitazione che mi prende ogni volta che mi metto davanti a un “microfono” (e capita lo stesso davanti a una camera, ovviamente). Il punto è che l’intervista era in diretta radiofonica… Tuttavia penso che sia riuscita abbastanza bene… grazie ad Andrea…

Postato da: mmazzi a 10:00 | link | commenti (3) |
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lunedì, 14 agosto 2006
Segnalazione su Pro Ticino e Domist.net

Ringrazio Pro Ticino per aver promosso nel sito ufficiale dell'associazione
"Un caffè a Kathmandu" tra le novità librarie.

    

Ringrazio anche la redazione di
Domist.Net
Letteratura e Pace / Progetto Letterario Internazionale
la naturale evoluzione di un sito letterario anomalo

e in particolare l'amico Marco Milani, per aver inserito il libro

tra le proposte di lettura nella rubrica
“in spazioLIBRI”

Postato da: mmazzi a 13:53 | link | commenti (4) |
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domenica, 30 luglio 2006
Recensione sul Giornale dell'Umbria

 A Lucia per questo splendido regalo: grazie di cuore!
Il Giornale dell'Umbria - recensione di Un caffè a Kathmandu di Lucia PippiNel romanzo di Manuela Mazzi il racconto

dei bambini di strada di Kathmandu.
Un giallo che si tinge di rosa

Un caffè per scoprire tutti i segreti del Nepal

 

PERUGIA – Il Nepal è un luogo magico, unico. Ma quando si pensa a questo paese asiatico la prima cosa che viene in mente è la purezza ascetica dei monaci, la loro spiritualità. Un posto in cui, in un’epoca non troppo lontana, si andava per ritrovare se stessi. Tuttavia il Nepal non è questo, o meglio, non solo questo.

Lo ha capito perfettamente Manuela Mazzi, giovane scrittrice e giornalista ticinese che con il suo romanzo, «Un caffè a Kathmandu», ha saputo raccontare il mistero e il fascino di questa terra dai mille e mille volti. Ma soprattutto ha saputo spostare l’attenzione su uno dei principali problemi di questa realtà sconosciuta ai più: quello della povertà e della misera sorte dei tanti bambini di strada. Sono loro i veri protagonisti della storia raccontata da Manuela Mazzi. Quei piccoli volti, da «uomini in miniatura», sporchi, provati dalle fatiche della vita. Loro che con la forza d’animo di piccole creature cresciute troppo in fretta, sono costretti a subire ogni tipo di angheria da parte degli adulti. Si drogano, vengono costretti ai lavori peggiori, come quello di spaccare pietre, in alcuni casi vengono avviati alla prostituzione e venduti come piccoli schiavi da occidentali senza scrupoli.

È su questo sfondo che si stagliano tre figure: Michela, fotografa svizzera, Carlos, operatore spagnolo e Franck, giornalista italo-inglese, tutti inNepal per portare a termine un reportage sulla difficile condizione e lo sfruttamento dei bambini.

La trama si snoda attraverso le giornate lavorative di questo gruppo eterogeneo di persone ed è narrato in prima persona da Michela. Ma qualcuno nasconde un segreto, una terribile verità. Un qualcosa che sfugge al primo sguardo. Chi sarà di loro a mentire? Il bello e tenebroso Carlos, oppure Franck, il viaggiatore esperto, l’uomo di mondo, che affronta la vita e i rapporti con gli altri all’insegna della leggerezza? Un vero e proprio giallo all’interno del quale Michela si trova a dover dipanare una matassa ogni giorno più intrigata. Fino alla fine quando troverà l’amore e cambierà completamente vita.

Una trama ricca di colpi di scena per un libro che è insieme denuncia e occasione concreta di aiuto. Gli incassi (il 50 %) saranno infatti devoluti a favore di Apeiron, una Onlus che si occupa del recupero dei bimbi del Nepal. È proprio grazie a loro che Manuela Mazzi ha conosciuto questa realtà. E insieme a loro ha deciso di sollevare un velo su quanto sta accadento in un paese sconosciuto.

Luicia Pippi

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sabato, 29 luglio 2006
Recensione su Carta Bianca

Carta Bianca - recensione su Un caffè a kathmandu

Sull'edizione di Luglio 2006 del Periodico di approfondimento interculturale CARTA BIANCA è apparso la seguente recensione: grazie!

Carta Bianca - recensione di Un caffè a Kathmandu

Manuela Mazzi, Progetto Cultura 2006, pp. 191

La fotografa svizzera Micky Levante parte alla volta di Kathmandu e del vicino villaggio di Pokhara per documentare la situazione degli «street children»; ma il suo viaggio sarà anche ricco di emozioni personale e colpi di scena. Cosa succede infatti se una giovane donna come lei, sempre sulla definiva e disillusa dall’amore a prima vista, incontra due compagni di viaggio come Carlos, l’affascinante giornalista tenebroso e taciturno di origini spagnole e il cameraman estroverso e fin troppo burlone Franck? Sullo sfondo del Nepal e dei suoi problemi, un intreccio di vicende in cui l’effetto sorpresa è sempre in agguato. Manuela Mazzi, giornalista, è nata a Locarno nel 1971.

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domenica, 23 luglio 2006
Segnalazione su Libri in circolo

Libri in circolo

 

 Ringrazio Gianluca Calvino per la recensione che ha pubblicato sul sito
www.librincircolo

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lunedì, 10 luglio 2006
Intervista su il biaschese

il biaschese - Logo

Pubblico di seguito l'intervista apparsa in questi giorni su "il biaschese", rivista periodica locale, sottopostami da Daniele Dell'Agnola, maestro, scrittore e per l'occasione giornalista.

il biaschese - pag. 1

il biaschese - pag. 2

Un Angelo e un caffè

I progetti della scrittrice Manuela Mazzi

 

 

Tratto da Il biaschese, giugno 2006

 

 

A cura di Daniele Dell’Agnola

www.daniteatro.ch

 

 

 

Apro un angolo nel mensile Il Biaschese per sondare un po’ di scrittura al femminile. Ho deciso di partire da una giornalista, che fa la scrittrice ed è pure fotografa. Si chiama Manuela Mazzi. È appena uscito il suo secondo libro, Un caffè a Kathmandu, edito da Progetto Cultura 2003, Roma. A dicembre avevo già acquistato il suo Angelo apprendista, pubblicato dallo stesso editore romano.

Scrivere, pubblicare, seguire un libro, farlo vivere, è un compito molto impegnativo. Sono molte le fasi, le fatiche che si chiedono all’autore, soprattutto se lavora in modo indipendente. Lottando si riesce. Manuela Mazzi è riuscita, a mio modesto parere, a lanciare dei progetti intelligenti: Un caffè a Kathmandu è tra l’altro legato ad un’iniziativa di solidarietà. I suoi progetti sono articolati da una buona divulgazione, un notevole lavoro attraverso la rete (si veda il blog www.uncaffeakatmandu.spinder.com) e una bella visione su quanto accade “attorno” (visione da giornalista).

 

Iniziamo a parlare del tuo primo libro, L’angelo apprendista, edizioni Progetto Cultura, Roma 2005.

La narratrice è una fotografa di 35 anni che da bambina ha vissuto un’esperienza al confine tra la vita e la morte. È stata salvata, dopo un incidente sulla strada del Gottardo, da un angelo. Nei ricordi della donna ci sono molti vuoti, nel contempo molta consapevolezza attorno a questo scenario ultra terreno. Come un pendolare, la voce narrante varca i confini, mantenendo una simmetria tra mondo reale e mondo onirico. Nel reale c’è il Ticino, con Locarno, il Festival del film, i giornalisti. Altrove, in un ignoto conosciuto gradualmente dalla protagonista, c’è l’angelo che conosce sempre più i meccanismi del destino, l’architettura del divino.

Non so se dico bene, perché non sono un critico letterario, tuttavia questo quadro apre il varco su qualche domanda: il giornalismo, la fotografia, s’intercalano veramente nella tua vita con questo bisogno di narrare un “oltre”, un “ignoto”, cioè qualcosa che fugge dal pragmatico vivere quotidiano?

 

MANUELA:

Da un certo punto di vista sì. Diciamo pure che il fatto di organizzare i miei pensieri scrivendoli e ritrarre immagini che immortalano spezzoni di quotidianità, per me è quasi un’esigenza; questo è anche uno dei motivi per cui ho scelto questa professione. Tuttavia non mi basta. La “cronaca” riporta solo fatti, poche riflessioni. Pertanto la “comunicazione” che ne deriva è molto limitata. Da qui nasce un’ulteriore esigenza: quella di scrivere libri, laddove posso comunicare le mie riflessioni, un andare “oltre” il vivere quotidiano pragmatico, per ritrovarmi a percorrere vie “ignote”, per questo tutte da scoprire; come nel caso de L’angelo apprendista. Ed è risaputo: la curiosità è una delle prerogative di qualsiasi giornalista che si rispetti.

 

Quando si giunge alla Prima prova per l’angelo, credo che il lettore inizi a chiedersi se la siringa è “vera” oppure “dell’aldilà”. La legge divina si contrappone alla legge degli uomini. Leggendo le prime righe dell’omicidio (p.29) mi viene in mente il Mangiafuoco di Pinocchio, che gestisce tutte le marionette. Ad un certo punto, però il Mangiafuoco parla con la sua marionetta Arlecchino. Allora, se credo nella finzione tutto funziona, se invece osservo la scena dal punto di vista della realtà, Mangiafuoco è una specie di schizofrenico che parla con se stesso. E Pinocchio? È vero o un’anima invisibile? La protagonista crede veramente nel disegno universale e si china dentro a questa logica. È come se un grande occhio la vedesse.

Questa idea ha un valore simbolico? Il tuo racconto è un’allegoria attraverso la quale vuoi mettere in scena una realtà sotto controllo?

 

MANUELA:

È certo che tutto il racconto ha un valore prettamente simbolico. Tuttavia direi piuttosto per mettere in scena una realtà che sempre più spesso sfugge dal controllo… mentre non sarebbe male riuscire a riprenderne le redini. Ed è proprio questo lo scopo: indurre il lettore a un certo tipo di riflessione.

Ogni scena descritta, di fatto, è molto realistica, nonostante le apparenze. Sono più che altro metafore con cui io stessa esorcizzo personali esperienze – a loro tempo sfuggitemi dalla padronanza - oppure lancio messaggi chiave da codificare, ma neppure poi tanto. In un certo senso ho creato una nuova “scenografia” per rispolverare principi e valori sempre più messi a dura prova dall’evolversi frenetico della vita quotidiana caratterizzata da un’epoca irrequieta. E così, come accade alla protagonista del libro, lo stesso capita a molti di noi: è fondamentale, ogni tanto, fermarsi per porsi certi interrogativi. Anche se, per concludere, chissà, magari l’autrice, come la protagonista, crede semplicemente in un vero e proprio disegno universale, in un gigantesco Mangiafuoco che gestisce tutte le marionette, magari aiutato da un Pinocchio un po’ angelo…

 

Dove ha radice l’aspetto surreale (sto pensando alla nascita dell’uccello, partorito dalla bocca della protagonista) presente nel tuo modo di narrare?

 

MANUELA:

Questa è facile: la maggior parte delle descrizioni surreali nasce dai miei sogni. L’attività onirica di una persona ha sempre una correlazione con accadimenti reali, bisogna solo saperli decifrare.

 

Non hai mai pensato di raccontare la stessa storia con la fotografia, in un nuovo progetto tra immagine e parola? In fondo in alcuni tratti la tua scrittura sembra immagine fotografata: penso alle esperienze della protagonista con l’angelo Willy (es a p. 45)

 

MANUELA:

Sono felice di questa domanda, in quanto cela una serie di definizioni che ho già avuto modo di ricevere quali commenti ai miei scritti. Alcuni hanno definito i miei racconti/romanzi – editi o ancora da pubblicare – come sceneggiature, altri come se fossero fumetti, o, come in questo caso, con una sorta di “scrittura fotografata”. Proprio oggi una ragazza dalla Svizzera interna, mi chiedeva per quale motivo l’ultimo mio romanzo Un caffè a Kathmandu non fosse corredato di immagini. Tutto ciò mi piace, perché riconosco il mio modo di pensare alla scrittura. Credo che si possa ritenere un segno distintivo del mio stile personale, aldilà del genere trattato. E non nascondo neppure il fatto che ogni volta avrei voluto fare proprio ciò che mi viene chiesto: raccontare le mie storie attraverso le fotografie: un sogno? Mah!

 

L’angelo supera delle prove. Si tratta di rituali di passaggio che dovrebbero caratterizzare anche la vita di una donna, di un uomo. Chiamala crescita spirituale, sviluppo psicofisico, passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Non credi che si tenda sempre più ad appiattire i tempi, a concepire con velocità, immediatezza mass mediatica, molti aspetti della vita umana? Dalla formazione, l’educazione, la cultura…

 

MANUELA:

Pur rendendomi conto di aver in parte già risposto a questa domanda in una precedente, ne approfitto per dilungarmi, sottoponendoti la mia visione della crescita o, come a me piace definirla della rigenerazione. Molti sono convinti che la vita si misuri dalla nascita alla morte con una linea retta da A a B… secondo me invece la vita è un grande cerchio chiuso, e parimenti molti percorsi interni alla stessa vita sono altrettanti cerchi (formazione, cultura, educazione, ecc). E con il termine “cerchio chiuso” non intendo “definito”, bensì rigenerante: ovvero da una fine si riparte… con un nuovo inizio, ma nello stesso percorso. Mi spiego meglio: è come trovarsi faccia a faccia con il quadrante di un orologio classico, dopo il 12, si riparte con il numero 1… Ebbene il rapporto della protagonista con questo elemento inteso come “in divenire” è molto stretto e intimo… soprattutto nel momento in cui essa capisce che sarebbe già dovuta morire trent’anni prima: tutto il libro gioca proprio su una scelta fondamentale che comprende l’analisi e la comprensione di questo cerchio mettendone a confronto uno che doveva essere già “chiuso” e uno che – in divenire - potrebbe essere “infinito”…  Insomma: laddove una storia dovrebbe già essere finita, si incontra la possibilità di fermarsi a considerare i tanti aspetti della vita umana con molta più tranquillità e serenità... A questo punto, ci si può solo augurare che gli esseri umani si prendano il tempo per riflettere e vivere, prima che la storia… finisca.

 

 

Parlaci del nuovo libro, appena uscito e che non ho ancora letto. Si differenzia dall’Angelo apprendista? Che messaggio vuoi far passare ai lettori della regione Tre Valli che vogliono avvicinarsi ad una giovane autrice?

 

MANUELA:

Decisamente diversi, anche se non per quanto concerne lo stile: L’angelo apprendista è un racconto un po’ sul genere New Age, mentre Un caffè a Kathmandu è un giallo/rosa, ma soprattutto un romanzo denuncia. Facendo tesoro di un’esperienza personale vissuta in Nepal nel 1998 – ero partita sotto l’egida di APEIRON, un’organizzazione di volontariato che opera a favore degli elementi più deboli della società in questa terra orientale – ho deciso di denunciare la situazione dei bambini di strada con i quali ho condiviso parecchio tempo. Tuttavia non volevo scrivere un libro “patetico” o pesante, come spesso capita quando si trattano simili temi, annoiando i lettori e non raggiungendo l’obiettivo volto alla sensibilizzazione su questi argomenti. Da qui è nata una storia a tratti ambigua, in altri momenti d’azione, con risvolti sentimentali, arricchita anche di sorprese e ribaltamenti, ma facendo svolgere il tutto su uno sfondo molto reale, che rappresenta appunto le ambientazioni, il modo di vivere, la cultura e tant’altro di un popolo lontano. D’altra parte però approfitto anche dell’occasione per mettere la nostra realtà a confronto con quest’altra. E quando dico nostra intendo quella ticinese, ma soprattutto quella delle Valli. Proprio così. A un certo punto la protagonista torna a casa e va a rifugiarsi nella cascina di montagna della nonna. Non si trova nel Bellinzonese, bensì in un Monte delle Centovalli. Ebbene – sperando di fare un gradito omaggio – riporto qui di seguito uno spezzone tratto dal libro a tal proposito:

 

“Mi trovo a circa 1200 metri sopra il livello del mare:

oltre la vallata una catena di montagne, qualche cima

ancora innevata, ragni e zecche al posto di sanguisughe,

ghiri invece che ratti enormi e iguana, sporcizia del

tempo, zero comodità... a pensarci bene è come se dal

Nepal debba ancora fare ritorno. In effetti nei tempi passati,

i nostri vecchi non dovevano stare poi molto meglio

di quella povera gente che abita sull’altra parte della faccia

della terra in situazioni precarie. Solo che loro le