Questo è il blog omonimo
del libro denuncia uscito nel mese di maggio del 2006.
Un romanzo giallo incentrato
sulla situazione precaria dei bambini di strada nepalesi,
con... una sfumatura rosa.
Abbinato alla pubblicazione è un progetto di solidarietà:
il 50 % del prezzo di copertina di ogni libro venduto
sarà devoluto alla Onlus Apeiron con sede a Kathmandu
che opera per difendere i più elementari diritti di bambini, donne e uomini
È un periodo molto intenso di attività di vario genere, insomma: sono incasinata e sommersa dal lavoro. Mi dispiace quindi di non aver più aggiornato i miei blog. Ma vi assicuro che spesso entro a farmi il mio bel giretto. Presto spero di poter aggiornare con qualcosa di più sostanzioso. Nel frattempo auguro già a tutti voi una
BUONA PASQUA
(l'immagine l'ho presa da internet)
Ho aggiornato il blog Photo Ma.Ma. con un servizio giornalistico su SOS Villaggi per Bambini, pubblicato su Ticino 7. In realtà è già trascorso un po' di tempo, ma le vacanze mi hanno vista impegnata un po' troppo, tanto da trascurare anche i miei blog.
Cliccate sull'immagine per leggere il post.
Ricordo che ho deciso di raggruppare tutto (o quasi) il contenuto dei miei diversi blog in un unico grande contenitore che ho chiamato "I libri di Manuela Mazzi". Poco a poco inserirò anche i vecchi post. Alcuni si trovano già on-line. Vi aspetto!
Passate a trovarmi anche qui.
Un grazie particolare a Elio Del Biaggio per avermi dedicato
una pagina del suo seguito e interessante sito: fateci un giro!
Ho aggiornato il blog Photo Ma.Ma. con un servizio giornalistico sul Fenomeno Pro Ana e Pro Mia, pubblicato su Azione. Generalmene ripubblico solo i reportage, ma in questo caso, dato l'argomento attinente alla blogosfera ho deciso di pubblicare anche questo articolo. Cliccate sull'immagine per leggere il post.
Ricordo che ho deciso di raggruppare tutto (o quasi) il contenuto dei miei diversi blog in un unico grande contenitore che ho chiamato "I libri di Manuela Mazzi". Poco a poco inserirò anche i vecchi post. Alcuni si trovano già on-line. Vi aspetto!
Passate a trovarmi anche qui.
Ho aggiornato il blog Photo Ma.Ma. con un seguito del reportage sul Kosovo pubblicato questa volta su Ticino7. Cliccate sull'immagine per leggere il post.
Mentre ho deciso di raggruppare tutto (o quasi) il contenuto dei miei diversi blog in un unico grande contenitore che ho chiamato "I libri di Manuela Mazzi". Poco a poco inserirò anche i vecchi post. Alcuni si trovano già on-line. Vi aspetto!
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Presto inizieranno le vacanze dell'edilizia, come vengono tradizionalmente definite le ferie di due settimane che partono dal primo di agosto al 15. Bene, se avete in programma giorni di relax, magari al mare, vi ricordo (con un pizzico di invidia, perché io rimarrò a casa) che mi farebbe piacere ritrovarmi con voi sotto l'ombrellone. Come?... beh, semplice... Ad esempio in formato libro 
Ammetto che l'idea me l'ha data un nuovo collega-amico blogger che ho incontato ieri...
In ogni caso eccovi i miei tre piccoli cuccioli:
L'angelo apprendista
(a partire dai 10-12 anni)
ISBN: 88-89243-31-7
dalla Svizzera:
dall'Italia:
Un caffè a Kathmandu
(a partire dai 10-12 anni)
ISBN: 88-89243-95-3
Per la Svizzera:
Per l'Italia:

Un gigolo in doppiopetto
(a partire dai 16-18 anni)
Nel frattempo ho deciso di raggruppare tutto (o quasi) il contenuto dei miei diversi blog in un unico grande contenitore che ho chiamato "I libri di Manuela Mazzi". Poco a poco inserirò anche i vecchi post. Alcuni si trovano già on-line. Il che non significa che chiuderò quelli già esistenti. Anzi! Vi aspetto!
Passate a trovarmi anche qui.
Ho aggiornato il blog Photo Ma.Ma. con il mio nuovo reportage, questa volta sul Kosovo. Inotlre ho aggiornato anche il blog de "Un gigolo in doppiopetto".
Ringrazio tutti gli amici blogger che hanno contribuito a far raggiongere a questo blog il traguardo dei 10mila visitatori: grazie!

Tempo fa avevo segnalato l'apertuna di un mio nuovo blog.
Oggi avviso che lo stesso ha cambiato link...
www.ungigoloindoppiopetto.splinder.com
venite a trovarmi anche da quelle parti.
A presto e un grazie per la pazienza di coloro
che mi hanno scritto segnalandomi che non trovavano più
il precedente blog, che - ripeto - ha solo cambiato indirizzo.
Ecco il mio augurio di Buon Anno per mezzo di un ricordo-immagine proveniente direttamente dal Nepal, da Kathmandu.

Rappresentato è Ganesh, che viene invocato dagli induisti anche prima di iniziare una qualsiasi attività – nella fattispecie è quindi perfetto per dare il via all’anno nuovo - in quanto questa divinità è ritenuta il Signore del buon auspicio che dona prosperità e fortuna e il Distruttore degli ostacoli di ordine materiale o spirituale. Che l’energia positiva dilaghi…
L'angelo apprendista
Una segnalazione e un ringraziamento. La segnalazione riguarda un nuovo blog creato dall’amico Vegekuu. Si tratta di un nuovo spazio dedicato all’arte.
Tra i temi che verranno trattati, infatti, vi saranno concerti, arte in genere, libri, mostre, musica, recensioni, teatro… e tant’altro.
Un grosso augurio di buon proseguimento a questo nuovo progetto, che invito ad andare a visitare:
In secondo luogo ringrazio lo stesso Vegekuu per aver dato spazio al mio Un caffè a Kathmandu segnalandolo in modo approfondito. Grazie mille.

Prima di continuare con le domande/risposte dell’intervista apparsa su DOMIST. COM desidero ringraziare di cuore Silvan. Un blogger senza blog, ma con un cuore grande così. Generoso con me, per lo scopo legato alla vendita del libro e con i suoi amici-colleghi. SILVAN, infatti, ha pensato bene di farci un regalo fantastico per Natale: mi ha comperato 30, dico, ben 30 copie de “Un caffè a Kathmandu” da regalare per la festa della natività ai suoi amici e colleghi, contribuendo così massicciamente all’opera benevola intrinseca nel progetto.
GRAZIE SILVAN!

Ma ovviamente come ringrazio Silvan, allo stesso modo ringrazio anche tutti coloro che, quest'anno, per Natale hanno scelto di regalare questo libro!
E VOI? CHE COSA SOGNAVATE DI FARE?
E... CI SIETE RIUSCITI?
Desidero ringraziare Elisabetta Bilei per l'intervista che mi ha voluto dedicare e di cui riporterò una domanda/risposta per volta così da non creare un post troppo lungo, anche se l'intera versione è consultabile cliccando sul link di Domist, dove è stata pubblicata; grazie quindi anche a Marco Milani.
Una ricamatrice tra immagini e parole
1a parte
Ho sempre pensato che per fare la ricamatrice ci debba essere quasi una vocazione.
Un’immagine da creare, con dedizione e volontà. E con lo stesso amore con cui una madre cura e cresce il proprio piccolo. Poi, finalmente, l’opera d’arte. E il successo.
E questo vale ancor di più quando al posto di ago e filo ci sono carta e penna, e magari anche una macchina fotografica, come nel caso di Manuela Mazzi.
Da piccola che cosa sognavi di diventare Manuela? Credi di esserci riuscita?
Ho desiderato per tantissimi anni di diventare una veterinaria: amavo e amo gli animali, tutti. Solo che a un certo punto mi crollarono le certezze che avevo in merito: accadde che scoprii un’incombenza del veterinario che da piccola non consideravo possibile, quando un medico si trovò a dover addormentare il mio adorato gatto cosparso di tumori… Non avrei mai potuto uccidere un animale! Così mi ritrovai alla fine delle scuole medie senza più sapere che cosa volevo fare.
Soltanto parecchi anni dopo (avevo già 28 anni) mi misi seriamente ad analizzare ciò che avrei voluto fare davvero “da grande”… Nel giro di poco tempo, ma dopo approfonditissime riflessioni, giunsi alla conclusione che il mio sogno sarebbe stato quello di diventare una fotoreporter. Così iniziai a fare la gavetta per diventare giornalista… A settembre inizia il settimo anno in cui mi trovo immersa in questo ambiente che – da un certo punto di vista – adoro. Nel frattempo sono diventata giornalista professionista, e ho iniziato anche a fare fotoreportage per una rivista che si occupa di architettura, arte e natura. Ma la strada “potrebbe” essere ancora lunga… Non mi sento, in effetti, del tutto realizzata (ma forse non lo sarò mai: mi piace puntare sempre a un gradino più in alto). È certo però che il mio attuale lavoro si avvicina molto alla realizzazione del mio sogno. Al quale – sottolineo – si è aggiunto anche quello di scrivere libri: riuscissi a diventare scrittrice professionista e fotoreporter occasionale, laddove i viaggi e le ricerche potrebbero anche tornarmi utili per le trame e le ambientazioni delle mie storie, sarebbe perfetto!
L'angelo apprendista
Segnalo a tutti gli amici di avere appena aperto un nuovo blog... di cui preferisco non anticipare nulla. Tuttavia non ho intenzione di sospendere il presente... semplicemente vi invito di tanto in tanto a seguirmi anche su http://ungigoloindoppiopetto.splinder.com/.
Con questo post desidero ringraziare due nuovi amici bloger
che mi hanno fatto la sorpresa di pubblicizzare "Un caffè a Kathmandu"


Rieccomi. Devo ammetterlo: sono stata parecchio assente nelle scorse settimane. Il lavoro mi ha risucchiato tutto il tempo che potevo – in teoria – avere a disposizione per stare in compagnia della blogosfera. Tuttavia questa mia assenza non è stata per nulla negativa: anzi! A fine settembre ho avuto modo di vivere un’esperienza incredibile per due motivi: uno per la felicità derivata dalla possibilità che mi è stata data di fare un reportage, foto comprese, in Pakistan; l’altro motivo è invece legato al fatto che questo “viaggo-stampa” aveva molte connotazioni simili alla traccia di base della storia de “Un caffè a Kathmandu”: la realtà che si mescola alla fantasia.
Diversi i tempi e diversi gli sviluppi (ci mancherebbe!), ma alla fine sono andata per conto di un’associazione sociale (
Ma torniamo al viaggio: io con altri tre colleghi elvetici, accompagnati da due rappresentanti dell’associazione che hanno organizzato la spedizione, abbiamo trascorso una settimana nel continente asiatico, con meta Islamabad e in particolare Muzaffarabad, capitale del Kashmir pachistano che, l’anno scorso, è stata quasi totalmente rasa al suolo da un terremoto che provocò oltre 45mila morti. Prima tappa Delhi, India, poi Lahore, città culturale e storica del Pakistan, quindi Islamabad, sede del governo, e appunto Muzaffarabad, per poi rifare il tragitto a ritroso.
Questo il servizio giornalistico che è apparso questa settimana sul settimanale per cui lavoro (le foto si vedono bene, ma l’articolo un po’ meno, quindi inserirò anche il testo).
Muzaffarabad,
la normalità resta sepolta sotto le macerie
L’8 ottobre 2005 un devastante terremoto ha messo in ginocchio la capitale del Kashmir pachistano, oggi trasformata in una città di profughi
«Città dei morti». Questo l’epitaffio che, un anno fa, venne tristemente attribuito a Muzaffarabad. Dopo il distruttivo terremoto di magnitudo 7,6 gradi della scala Richter, che provocò nella regione oltre 45mila morti e danni per più di duemila miliardi e mezzo di franchi, oggi la capitale del Kashmir pachistano si è trasformata in una «Città di profughi». Nel distretto di Muzaffarabad, grazie a una visita organizzata da SOS Villaggi di bambini Svizzera (www.sos-kinderdorf.ch) e al supporto in loco dell’equivalente associazione sociale pachistana, ho avuto modo di vedere con i miei occhi, e fotografare, l’effetto della forza devastatrice di una natura che sempre più pare ingiusta. Un’intera regione appartenente a uno degli Stati considerati tra i più poveri al mondo, popolata da centinaia di migliaia di persone, quasi totalmente rasa al suolo.
IMPRONTE DELLA SPEDIZIONE
Muzaffarabad si trova a circa cinque ore di auto dalla giovane capitale del Pakistan: Islamabad, prima tappa del viaggio. Un centro abitato moderno quest’ultimo, molto diverso in strutture e offerte rispetto a Lahore – antica capitale dell’impero Moghul nonché attuale città culturale del Pakistan. Diversi e più caratteristici anche i tanti pittoreschi paesini che si incontrano lungo la «Grande strada maestra», che unisce i due capoluoghi (Islamabad e Lahore) attraverso una caratteristica zona rurale tra bazar, coltivazioni di riso, alte fornaci di fabbriche di mattoni, asini carichi, carretti di paglia e donne con il velo, uomini che si tengono per mano in segno d’amicizia e bambini che giocano a cricket con mazze occasionali… Giunti a Muzaffarabad, capoluogo dell’Azad (libero) Kashmir – la parte occupata dai pachistani equivale a un terzo di ciò che risulta ormai essere un’area senza patria ufficiale, mentre la porzione restante del Kashmir è di dominio indiano – si ha l’impressione che giaccia tutt’oggi sotto le macerie di migliaia di stabili.
Ciò che rimane sono stracci colorati appesi al vento, in netto contrasto con il grigiore di pietre, con i residui di cemento e il fango secco che rende inagibili strade e sentieri nei giorni di pioggia o nel periodo dei monsoni. Fortemente colpita dalla furia di una terra – forse ribellatasi a quelle tensioni belliche, che hanno portato una splendida regione montuosa e verdeggiante a isolarsi dal mondo per sostenere una continua lotta per il territorio – Muzaffarabad, a un anno dalla catastrofe naturale, si mostra come un interminabile campo profughi. Dove, anziché case, a punteggiare il paesaggio sono le tende donate da associazioni benefiche e Stati accorsi in aiuto. Attorno agli accampamenti, solo rovine: servizi igienici sospesi in un apparente vuoto, locali senza pavimenti, porte irraggiungibili di strutture inaccessibili sezionate con precisione da un crollo improvviso di pareti, ora invisibili…
Al suolo qualche giocattolo, stipiti di finestre frantumate, vistose cartacce miste a scarti alimentari putrefatti, cumuli di materiale edile sbriciolato. E il pensiero corre al giorno dopo di quel fatidico 8 ottobre del 2005, quando iniziarono le ricerche dei sopravvissuti: chissà se o quanti vi sono ancora oggi sepolti qui, nel centro di Muzaffarabad, ma anche là, sotto la terra franata di una grande fetta di montagna staccatasi come un castello di sabbia inaridita.
Eppure, in mezzo a tanta desolazione, un intenso calore umano infonde un po’ di ottimismo; alla morte statica rappresentata dai detriti, fa da contrasto una colorita attività di gente in lento ma continuo movimento: bancarelle di frutta ben esposta gialla, verde, porpora e arancione, bugigattoli di tessuti sgargianti, carretti con spezie e pietanze, muli da traino, capre in gregge, vacche al pascolo, galline ingabbiate, contrattazioni medievali, un tè caldo sempre pronto per gli ospiti, sguardi curiosi e sorrisi infiniti, quasi manifestanti un pizzico di riconoscenza per i tanti aiuti ricevuti.
AIUTI DA TUTTO IL MONDO
Il dramma di Muzaffarabad ha unito un intero Paese. «Quella mattina venni svegliato di soprassalto dalla scossa tellurica», racconta Shahid Hussain Malik, nostro accompagnatore tra le vie di Muzaffarabad. «Quale prima cosa in assoluto mi sono buttato alla disperata ricerca dei miei figli che si trovavano a scuola. Sulle strade c’erano corpi dappertutto, al telefono nessuno rispondeva, siamo rimasti sotto shock almeno per un paio di settimane», e aggiunge però con un pizzico di orgoglio: «Il terremoto ci ha profondamente cambiati: abbiamo ricevuto soldi e aiuti dal mondo intero. Il giorno dopo ci siamo svegliati tutti sotto un’unica religione: l’umanità». Potrebbe sembrare una «frase d’effetto» studiata a tavolino – e, di fatto, chissà quante volte l’avrà ripetuta – tuttavia è proprio ciò che accadde in quella drammatica circostanza.
Inutile sottolineare che ci fu da subito una corsa all’aiuto da tutte le parti – come ha riferito anche il generale Nadeem Ahmed, capo delegato dell’ERRA (Earthquake Reconstruction and Rehabilitation Authority) – ma ciò che conta davvero è che i primi due paesi a intervenire furono dapprima la Turchia e poi Israele. Un’evenienza non sottovalutabile se si considera che il Pakistan, così come la maggioranza delle repubbliche islamiche, non riconosce lo stato di Israele, in quanto viene da loro ritenuto un «occupante ebraico» della terra di Palestina. Anche se – caso vuole – proprio un mese prima del terremoto ci fu un incontro storico tra i rispettivi ministri degli Esteri, che non sfociò in nessuna presa di posizione ufficiale, ma rappresentò tuttavia un piccolo segno di apertura. L’incontro – guarda caso – avvenne a Istanbul, capitale della Turchia, una delle poche nazioni musulmane che riconosce lo Stato di Israele, pur intrattenendo buoni rapporti anche con il Pakistan.
Un segno di gratitudine per questo gesto è dato proprio dagli addetti ai lavori di ricostruzione, quando sottolineano questa celere dimostrazione solidale nei loro confronti. D’altronde, quando si tratta di aiuti incondizionati, soprattutto per la popolazione colpita, poco importa se negli intenti vi siano secondi fini oppure no.
PROGETTI DI RICOSTRUZIONE
Tra i vari interventi non è comunque mancata all’appello la Svizzera che ha stanziato 13 milioni di franchi nel 2005, 11 milioni nel 2006 e che ha previsto l’investimento di altri 11 milioni per il 2007; così riferisce Markus Peter, nuovo ambasciatore elvetico in territorio pachistano, che ci ha gentilmente ospitati nella sua dimora a Islamabad per una cena informale. Ricordiamo a tal proposito che Markus Peter si trova in Pakistan solo da tre mesi, in quanto ha assunto il mandato a seguito dello scandalo che ha visto coinvolto il suo predecessore, Denis Feldmeyer, in una vicenda legata a un traffico di visti per conto di un’organizzazione criminale implicata in una tratta di essere umani.
Tornando a Muzaffarabad, nonostante l’ingente aiuto giunto da ogni parte del mondo il bilancio è ancora inquietante: sono cinquemila le famiglie tutt’oggi ospitate in 41 campi profughi (pari a 32mila individui). 160mila (equivalenti a 25mila famiglie) vivono in tende disseminate. In 70 mila hanno ripreso ad abitare nelle loro ex-case, tuttora diroccate. Gente che sta per affrontare il secondo rigido inverno al freddo, anche se Sardar Saddique, rappresentante del SERRA (State Earthquake Reconstruction & Rehabilitation Agency) sostiene che le tende sono ventilate a sufficienza d’estate e calde quanto basta per la stagione fredda seppure, aggiunge, «d’altronde, non hanno alternative…».
In effetti, nonostante la maggior parte delle istituzioni sanitarie e le scuole sono già state rese funzionali, così come sono di nuovo agibili molte vie di comunicazione (ponti pedonali, strade, sentieri, ecc.), dovranno ancora essere ripristinate le infrastrutture civili. E, seppure il progetto di ricostruzione (sono ben 283mila le case danneggiate) sia molto interessante e prevede, proprio in queste settimane, l’avvio della costruzione di qualche migliaio di abitazioni donate da Stati esteri (5mila dall’Arabia e 2mila dal Qatar), non pare assolutamente possibile che venga interamente realizzato in breve tempo: pur considerando il fatto che sono state istruite ben oltre 38mila persone locali e provenienti da oltre i confini pachistani a occuparsi dei lavori più diversi, dal carpentiere all’elettricista, dal muratore all’idraulico, ci vorranno ancora anni, di certo troppi per tutta quella gente accampata in qualche modo (nei prossimi tre anni è prevista anche la costruzione di prefabbricati) e che rischia di essere dimenticata nel corso del tempo proprio da coloro che facevano a gara per arrivare primi...
SOS VILLAGGI DEI BAMBINI
45’432 è il numero dei morti accertati nella regione del Kashmir pachistano, di cui molti erano bambini. Significativo, a tal proposito, il commento a caldo del capo di Stato maggiore pachistano che affermò: «Il terremoto ha spazzato via la nuova generazione del nostro Paese». D’altro canto a tutt’oggi non è ancora dato sapere con precisione quanti siano i piccoli superstiti rimasti orfani. Anche se i dati alla mano non lasciano molto spazio all’ottimismo.
Purtroppo, a un mese dalla consegna delle chiavi, il sisma ha distrutto anche uno splendido villaggio in costruzione, che si trovava sulla collina a ridosso della montagna franata, epicentro del terremoto. Costato un milione di dollari era stato voluto da SOS Villaggi dei bambini del Pakistan ed era destinato ad accogliere un centinaio di piccoli orfani in una decina di case, sotto la lodevole filosofia dell’associazione internazionale (che avremo modo di presentare in un prossimo articolo). Sconsolati ma non scoraggiati, i responsabili dell’associazione locale (che si autofinanzia, grazie a donatori pachistani in patria e all’estero) hanno già pronto un nuovo progetto, che attende solo un terreno su cui concretizzarsi. Nel frattempo, oltre ad aver contribuito alla creazione e al mantenimento di un campo profughi a Muzaffarabad, SOS Villaggi dei bambini del Pakistan ha avviato un programma di emergenza con la creazione di un «Shelter», ovvero una struttura che ospita tra gli 85/90 ragazzi dall’età compresa fra i 3 e i 18 anni, tutti superstiti del terremoto (di cui 55 sono già pronti per essere trasferiti nei vari villaggi dell’associazione). Un luogo ospitale che rappresenta per questi giovani un riparo caldo, accogliente e sicuro.
Come è accaduto anche alle due piccole gemelline anch’esse sopravvissute alla catastrofe. Orfane della mamma, il padre non ha più nulla per potersi prendere cura di loro. Le piccole avevano solo 6 mesi quando, nel dicembre del 2005, sono arrivate al centro di Rawalpindi. Un paese situato a pochi chilometri da Islamabad, dove SOS Villaggi dei bambini è operativa con un villaggio molto vasto e pieno di risorse, comprese scuole, istituti tecnici, infermeria e tant’altro. Erano molto ammalate a causa di problemi respiratori. Oggi stanno bene e vivono con la loro mamma putativa e altri nove fratelli: un augurio di nuova vita a Kinza e Aneesa, simbolo di tutti gli orfani scampati al dramma di Muzaffarabad.
Articolo di Manuela Mazzi
Nelle foto: la vita a Muzaffarabad continua nonostante il fatto che la maggior parte della popolazione ha perso la propria casa, sotto le cui macerie sono spuntate le tombe delle tante vittime. Oggi a dar riparo ai superstiti sono migliaia di tende donate da Stati (sopra si vede la tendopoli della Turchia, primo paese intervenuto) e associazioni benefiche (qui di fianco spicca la scritta di SOS Children’s Villages of Pakistan) accorsi in loro aiuto; in basso a destra una madre che accudisce il proprio piccolo all’interno della loro nuova casa-tenda.
Nelle foto: dopo un anno di lavori pianificatori e di ricostruzione, il bilancio delle infrastrutture inagibili è ancora preoccupante; sopra, la mamma putativa con le due gemelline sopravvissute al terremoto, Kinza e Aneesa, oggi ospiti del centro di SOS Villaggi dei bambini del Pakistan a Rawalpindi.
Rieccomi dopo la maratona letteraria svoltasi con successo a Chiasso durante lo scorso finesettimana. Tanto per dire che è stata una vera e propria fiera con ospiti tanto interessanti da lasciarmi più volte a bocca aperta. Ad ogni modo segnalo che sul mio blog
Ho pubblicato una selezione del reportage fotografico che ho avuto la fortuna di fare. Gli ospiti ritratti sono:
Josephine Hart, Giorgio Orelli,
Chiara Zocchi & Zeno Gabaglio
Shafique Keshavjee, Anna Ruchat,
Nicole Müller, Cristiano Cavina
Sebastiano Vassalli, Ivano Ferrari, Fabio Pusterla,
Patrizia Valduga, Massimo Daviddi, Pierre Lepori,
Maria Rosaria Valentini e Leopoldo Lonati
Gabriella Turnaturi, Maria Bettetini, Umberto Galimberti
Bruno Gambarotta, Ettore Mo, Luigi Balzelli
Marcella Emiliani, Edgardo Bartoli, Eros Costantini
Wow! Quanta gioia ho provato stamattina nel ricevere una e-mail dal mio contatto in Nepal. Proprio così: dopo un’infinita attesa ho ricevuto un primo – seppure piccolo e contenuto – riscontro con un riferimento al manoscritto.
Tra le righe questo il richiamo: «…sono già oltre la metà del libro. Sono curioso di conoscere se i tuoi due compagni di avventura più Antonio e segretaria sono colpevoli o no, quindi mi affretterò a finirlo anche per appagare la mia curiosità. …Afferrato il senso? Esatto. Bravi! Ho chiesto proprio al mio contatto/amico di scrivere la prefazione al libro e da quanto mi chiede devo presumere che abbia accettato! Ma preferisco non svelare ancora la sua identità. Dico solo che è una persona che stimo molto e sono felicissima se accetterà davvero di scrivere qualche riga di presentazione.
Nel frattempo ho inviato il contratto firmato alla casa editrice che avevo già deciso di scegliere a suo tempo, ovvero alla Progetto Cultura 2003 di Roma, rimanendo fedele a chi ha creduto in me sin dagli esordi.
Puoi dirmi su che taglio vuoi il mio contributo? E quanto lungo? Una cartella, due?».

È arrivato: «Un caffè a Kathmandu» è arrivato a destinazione. Erano quasi due mesi che attendevo questo momento e finalmente, martedì scorso, il libro è arrivato nelle mani dei diretti interessati.
Dalla Svizzera, a Roma, da Roma a Kathmandu,
capitale della nazione delle nevi eterne.
Ora non mi resta che attendere il giudizio! Incrocio le dita.
Fantastico… Oddio, certo, in Nepal il dattiloscritto non è ancora arrivato, ma ora sono certa che i responsabili della Onlus riusciranno a riceverlo entro il 24 di questo mese. Infatti sono corsa ai ripari inviando una nuova copia della bozza del libro a un amico che sta a Roma, il quale raggiungerà i destinatari direttamente a Kathmandu. E proprio oggi mi ha fatto sapere di aver ricevuto il pacco! Non vedo l’ora che arrivi a destinazione.
L’attesa si fa più lunga del previsto. Il contratto è nelle mie mani. Anzi a dire il vero ne ho addirittura due di contratti. Tuttavia avrei già deciso quale sottoscrivere, se non fosse che sto attendendo con ansia che una copia del dattiloscritto di “Un caffè a Kathmandu” arrivi proprio in Nepal. L’ho spedita l'8 di agosto, ma ancora nulla. Inizio a preoccuparmi. I destinatari della missiva in questione sono i rappresentanti della Onlus con cui dovremmo (io e la casa editrice) sottoscrivere l’accordo di “collaborazione”. Insomma: coloro che dovrebbero, nel caso in cui accettassero, beneficiare dei profitti destinati ad essere devoluti in beneficenza. Spero di avere presto buone notizie… Questa statua si trova a Kathmandu.

Con l'immagine rappresentativa del titolo del mio prossimo libro, inizia parallelamente un viaggio all'interno di un percorso iconografico che mira a materializzare il contenuto del mio libro.
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Nome: Manuela Mazzi
Chi sono?
Di certo non sono più adolescente, anche se ad alcuni piace definirmi naif. Sono invece una giornalista, ma non di quelle che diventano famose: non ho intenzione di scendere a certi compromessi. Tuttavia ho intenzione di lottare per continuare a scrivere, a esprimere ciò che ho dentro, a spiegare e raccontare quanto mi va di dire. Ecco il motivo per cui ho deciso di iniziare a scrivere libri... sia mai che in questo modo io riesca finalmente a "parlare al mondo" senza censure di sorta. Il mio nome è Manuela Mazzi.
A metà maggio 2005 è uscito il mio primissimo libro intitolato "L'angelo apprendista", mentre a metà maggio 2006 è stato pubblicato il romanzo "Un caffè a Kathmandu". L'ultimo nato è invece "Un gigolo in doppiopetto" uscito a inizio aprile 2007.
desaliento72 in Scusate l'assenteism...
desaliento72 in Ringrazio anche il G...
***L'ANGELO APPRENDISTA - IL LIBRO
***Libri Oltre La Trama
***MA.MA. IOBLOGGO
***Manuela Mazzi, sito
***PHOTO MA.MA.
***Progetto cultura 2003
***UN GIGOLO IN DOPPIOPETTO
Alessandro Maiucchi
APEIRON
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Fed.Karate CH
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Chi desidera
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al contenuto
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è pregato di consultare
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www.
angeloapprendista.
splinder.com
oppure di prendere contatto
direttamente con me
via e-mail: Grazie!
E-mail:
angeloapprendista
@tiomail.ch
uncaffeakathmandu
@tiomail.ch
ISBN: 88-89243-31-7
Per la Svizzera:
Per l'Italia:
In vendita da metà maggio 2006 anche il libro intitolato “Un caffè a Kathmandu”, uscito nella collana "Un libro in aiuto" per le edizioni Progetto Cultura 2003, Roma e già descritto come “un viaggio nel viaggio” dall’attivista fiorentino, Sauro Somigli, che ne ha curato la prefazione. Di fatto, si tratta di un romanzo denuncia che mira a sensibilizzare i lettori sul tema dei bambini di strada nepalesi. Un libro a tinte giallo/rosa. Non solo. Abbinato alla pubblicazione è un progetto di solidarietà: il 50 % del prezzo di copertina di ogni libro venduto sarà devoluto alla Onlus Apeiron con sede a Kathmandu (http://www.apeiron-aid.org/), che opera per difendere i diritti umani minimi di bambini, donne e uomini.
ISBN: 88-89243-95-3
Per la Svizzera:
Per l'Italia:
A inizio aprile 2007 è uscito il mio terzo libro intitolato "Un gigolo in doppiopetto".
La confessione-denuncia di un giovane gigolo ticinese
al servizio di donne attempate della società bene lombarda, comasca e ticinese in una storia vera.
Dalla recensione di Salvatore Feo su TicinoOnLine: "In un libro le scandalose rivelazioni di un gigolo. Trema l'alta borghesia ticinese.
Agenzie che reclutano giovanotti e ragazze. Festini a base di cocaina e sesso in ville ticinesi. Coinvolti avvocati, medici e politici. È il mondo di "Un gigolo in doppiopetto" il libro denuncia che mette in luce uno sconosciuto sottobosco ticinese".
ISBN: 978-88-902810-0-6
Chi desidera
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"Un gigolo in doppiopetto"
- dalla Svizzera - è invitato
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